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Ogni mattina a Jenin (Italian Edition) por…
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Ogni mattina a Jenin (Italian Edition) (original 2010; edição 2013)

por Susan Abulhawa (Autor)

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1,0686919,529 (4.01)150
"Palestine, 1941. In the small village of Ein Hod a father leads a procession of his family and workers through the olive groves. As they move through the trees the green fruits drop onto the orchard floor; the ancient cycle of the seasons providing another bountiful harvest." "1948. The Abulheja family are forcibly removed from their ancestral home in Ein Hod and sent to live in a refugee camp in Jenin. Through Amal, the bright granddaughter of the patriarch, we witness the stories of her brothers: one, a stolen boy who becomes an Israeli soldier; the other who in sacrificing everything for the Palestinian cause will become his enemy. Amal's own dramatic story threads its way through six decades of Palestinian-Israeli tension, eventually taking her into exile in Pennsylvania in America. Amal's is a story of love and loss, of childhood, marriage and parenthood, and finally the need to share her history with her daughter, to preserve the greatest love she has."--Jacket.… (mais)
Membro:kingbbsiddharta
Título:Ogni mattina a Jenin (Italian Edition)
Autores:Susan Abulhawa (Autor)
Informação:Feltrinelli (2013), 400 pages
Coleções:A sua biblioteca
Avaliação:
Etiquetas:Nenhum(a)

Informação Sobre a Obra

Mornings in Jenin por Susan Abulhawa (2010)

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Morning in Jenin is a historical fiction story that follows the lives of a family through four generations, tracing the events in Palestine from the 1940s to the early 2000s. The author Susan Abulhawa was born in Kuwait after her parents had fled Palestine during the 1967 war, when Israel captured what remained of Palestine. She grew up between Kuwait, Jordan, Palestine and America.

The story begins in 1941 with the Abulheja family in the village of Ein Hod, East of Haifa. The family live an idyllic life tending their olive trees. Hassan shocks the village by marrying free-spirited beautiful Bedouin girl Dalia. In 1948 their peaceful life disintegrates when soldiers from the newly formed state of Israel bomb their village and they must flee to a refugee camp in Jenin where their daughter, the main character, Amal is born. Dalia’s son Ishmael is traumatically torn out of her arms by an Israeli soldier, who steals the baby to bring joy to his holocaust-survivor wife. The story fast forwards to the 1967 war when the family faces further loss and destruction. Eventually Amal goes to Jerusalem for an education, and after the Lebanon war moves to America. The story also covers a 2002 massacre that was largely covered up in the press.

This was a beautifully written although sad story, but one that needed to be told. It definitely takes a one-sided view of the conflict but it is a side that the world needs to hear as Westerners have largely taken the other side. While trying to allieviate the immense suffering and right the wrongs done to the Jews during the holocaust, the world has allowed a great wrong and hardship to be inflicted on another people, by killing and forcing Palestinians from their homes. This story breathes life into the conflict by showing us the human face of suffering, their loves, lives and heartrending losses. This is an important read and I would recommend it. ( )
  mimbza | Apr 26, 2024 |
I had a hard time with the writing style and it got in the way of the story. ( )
  ellink | Jan 22, 2024 |
This is a brave, heartbreaking story of a nation told through tales of ordinary lives living in extraordinary circumstances. It's also an honest portrayal of love in spite of heartache and loss, of perseverance and strength in spite of oppression.

This is not one of those stories than end happily, especially since the never-ending trauma and struggles of Palestinians continue to this day...the tragedy still too raw. This book is a must-read for everyone. ( )
  nadia.masood | Dec 10, 2023 |
per capire la radice dell'odio ( )
  Claudy73 | Nov 27, 2023 |
Non è semplice formulare un invito alla lettura per “Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa (2011 Feltrinelli, ora in Universale Economica Feltrinelli). Non lo è mai per un libro che coinvolge fortemente a livello emotivo e lo fa toccando dei nervi scoperti della nostra storia. Della nostra e di quella di due popoli, gli abitanti dello stato di Israele e quelli della terra di Palestina, le cui vicende, in un disegno geopolitico non sempre volutamente chiaro e ben delineato si sono intrecciate e ci hanno spesso coinvolto emotivamente, tanto da spingerci a fasi alterne ad ergersi a ruolo di giudice, ad emettere sentenze sommarie, a trarre affrettate conclusioni. Un primo grande pregio questo libro lo ha: non si limita a farci piangere, arrabbiare, a provare un bruciante senso di impotenza, ma ci obbliga a riflettere e, soprattutto, ci impone di documentarci, apprendere, approfondire per capire il perché.

Nata da una famiglia palestinese fuggita dalla propria terra nel pieno della Guerra dei Sei Giorni, Susan Abulhawa, ha trascorso la sua infanzia in un orfanotrofio di Gerusalemme. Si è poi trasferita negli Stati Uniti e da anni si occupa dei bambini dei Territori occupati, scrivendo saggi, articoli, dando vita ad una associazione benefica. La sua scrittura è viva e graffiante e, pur in un racconto a metà tra romanzo e cronaca (ben documentata), ella ci regala un drammatico, lacerante, dirompente spaccato di ciò che avvenne in Palestina a partire dal 1948. Lo fa prendendo in prestito la voce di Amal, la brillante nipote del patriarca della famiglia Abulheja in un racconto che prende il via dall’abbandono forzato della casa dei suoi antenati di ‘Ain Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin. E da quel luogo senza radici e senza tempo inizia la storia dei suoi due fratelli: il primo rapito in fasce dalle forze occupanti e diventato un soldato israeliano, il secondo che consacra la sua esistenza alla causa palestinese. Fratelli e nemici. Un dualismo che ci accompagnerà per tutte le 379 pagine del libro obbligandoci a sfogliarle con impeto, tensione, trasporto, talvolta imponendo una pausa per non lasciarsi sopraffare dalle emozioni.

Leggendolo, mentre in alcuni passi faticavo a frenare le lacrime, non ho ancora capito se di dolore o di rabbia, mi sono tornate in mente le parole di Josè Saramago, Nobel per la letteratura portoghese, che avevo letto in suo breve scritto dal titolo “Israele e Palestina. Dalle pietre di Davide a carri armati di Golia”. Egli scrive “dal punto di vista degli ebrei, Israele non potrà mai essere sottoposto a giudizio, dopo essere stato torturato e bruciato ad Auschwitz. Mi chiedo se quegli ebrei che morirono nei campi di concentramento nazisti, che furono perseguitati per tutta la Storia, che furono trucidati nei pogrom, che marcirono nei ghetti, mi chiedo se questa immensa moltitudine di infelici non proverebbe vergogna per gli atti infami che i suoi discendenti stanno commettendo. Mi chiedo se il fatto di aver sofferto tanto non sarebbe il miglior motivo per non far soffrire gli altri”.

Ora è ovvio che le parole di Saramago, pubblicate sul quotidiano spagnolo “El Pais” il 21 aprile 2002, sollevarono il risentimento di numerosi esponenti di movimenti conservatori israeliani che lo accusarono persino di antisemitismo. Sono parole forti, certamente schierate. Trovo però logico pesarle con cura, ancor più dopo aver letto in questo libro di Susan Abulhawa la storia di Amal, del padre Hassan, della madre Dalia e dei suoi fratelli Yussef e Isma’il: l’infanzia, gli amori, i lutti devastanti, il matrimonio, la maternità e l’inevitabile necessità di tramandare questa storia alla figlia, quale unico modo per preservare il suo più grande amore. Nella pagine di questo lavoro di scrittura si cela un immenso dolore, non solo per la perdita degli affetti, ma per la cancellazione delle proprie radici. La rabbia di chi legge e direttamente proporzionale alla incapacità di comprendere come il carcerato possa trasformarsi in carceriere, ma soprattutto alla consapevolezza di un occidente, che per i propri interesse politici ed economici, e forse per sopire il senso di colpa dell’Olocausto, ha continuato a girare le spalle davanti all’ingiustizia, a voltarsi dall’altra parte per fingere che nulla stava accadendo, per non vedere il campo profughi di Jenin, gli eccidi disumani nei campi di Sabra e Chatila, la tragedia del popolo palestinese. Eppure lo sapevamo tutti, sin dal 1897, anno in cui due inviati in Palestina dai rabbini di Vienna dopo il Congresso di Basilea per sondare la “terra promessa”, inviarono a casa un'eloquente telegramma che recitava: “la sposa è bella, ma è sposata a un altro uomo”.

E tutto ciò che Susan Abulhawa racconta è ancora più inspiegabile se ci si è emozionati leggendo libri come “Exodus” di Leon Uris, che nel racconto della nascita dello stato di Israele testimonia sofferenze e persecuzioni degli ebrei subite ad opera dei nazisti. L’autrice di “Ogni mattina a Jenin” non è però in cerca dei colpevoli tra gli israeliani, non punta il dito su di un popolo, tutt'altro: ne parla manifestando per loro una certa pena, si limita a raccontarci invece la storia delle vittime e la forza dell’amore e della speranza che le ha nutrite. Amore e speranza di una famiglia che diventa simbolo di tutte le famiglie palestinesi, storia collettiva di oltre mezzo secolo, paradosso in cui la nascita di uno stato segna la fine di un altro. Semmai vi si cerchi una condanna, essa è diretta alle azioni e al pensiero dell’uomo in quanto tale, che tenta di giustificare il suo operato tirando in ballo una causa collettiva, ma che poi, come il padre “israeliano” di Isma’il, è costretto a convivere per l’intera esistenza con il doloroso rimorso di chi ha sottratto un figlio alla propria madre. O come il fratello della protagonista che, prima perduto e poi ritrovato, anima smarrita tra due mondi, è obbligato per l’intera esistenza ad essere consapevolmente ciò che egli non è veramente. Susan Abulhawa non ci nasconde nulla, nemmeno quella pagina di storia che riguarda la metamorfosi in terrorismo della lotta per la causa palestinese e che ci riporta alla terribile stagione dei dirottamenti e degli attentati, affidando a chi legge il difficile compito di trovare un punto d’equilibrio tra giusto e sbagliato, tra logica ed emotività, tra coscienza e sopravvivenza, obbligandoci a porci la cruciale etica domanda: io cosa avrei fatto?

”Mio fratello è stato ripudiato, incarcerato, torturato, umiliato ed esiliato perché voleva vivere la sua vita ed ereditare il patrimonio lasciatogli dalla storia. Aveva dato il suo cuore ad una sola donna, e il suo dolore per lei ha fatto tremare la terra…” (da “Ogni mattina a Jenin”)

Nella tragedia dell’esilio e nel volto disumano della guerra, riscopriamo la forza dell’amicizia, quella che unisce Amal e Huda, ancora bambine, e che resterà immutata negli anni della separazione per sbocciare come un fiore nel deserto dopo molto tempo tra due donne ormai spose e madri. C’è tutto il valore del ricordo nella perdita della terra e degli affetti, come quello odoroso di tabacco della pipa del padre Hassan che alla fanciullesca domanda di quanto possa essere grande l’amore per i propri figli li rassicura offrendosi loro “come il mare e tutti i suoi pesci, come il cielo e tutti i suoi uccelli, come la terra e tutti i suoi alberi”. La scrittura spedita e fluida dell’autrice è anche un viaggio tra le tradizioni, i rituali, l’anima di un popolo a cui per per dire grazie non è sufficiente una sola parola, ma è necessario dare al gesto un peso, quasi il valore di una benedizione: “che il Signore ti regali una lunga e felice vita”.

Se dovessi necessariamente accostare questo libro ad un altro, istintivamente sceglierei “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan in cui l’autrice narra dell’eccidio degli Armeni, non limitandosi solo al racconto di un fatto tragico, ma offrendo la testimonianza vivida di uno sterminio e della cancellazione di un popolo, della sua cultura. La Arslan come Susan Abulhawa scrive con intima passione del suo senso di appartenenza, trasmette la sensazione che prova chi è condannato a sopravvivere in un limbo. Forse il gran finale è un poco forzato in quanto a drammatizzazione del fato, ma nulla toglie al valore di una testimonianza che vale per tutte le minoranze oppresse, ma vale soprattutto come monito per la nostra coscienza, nella speranza che non ci tocchi veramente, dopo la nostra morte, incontrare il dio egizio Anubis per fargli pesare il nostro cuore.

Pubblicato su: https://www.territoridicarta.com/blog/ogni-mattina-a-jenin-di-susan-abulhawa-toc...
https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/ ( )
  Sagitta61 | Sep 30, 2023 |
Mostrando 1-5 de 70 (seguinte | mostrar todos)
The everyday life of cramped conditions, poverty, restriction, and the fear of soldiers, guns, checkpoints and beatings, would have been enough to make the novel unforgettable, but Abulhawa's writing also shines, at best assured and unsentimental.
adicionada por mikeg2 | editarThe Independent, Anjali Joseph (Mar 8, 2010)
 
Mornings in Jenin (Susan Abulhawa)
This book is the story of Amal Abulheja and her family spanning 54 years. It starts in 1948 when the family is removed from their home in Ein Hod and forced to live as refugees in Jenin. It is a tragic tale of war and loss, yet is also a story of family bonding, love and dedication.

Amal goes through war and conflict between Palestine (Muslims) and Israel (Jewish). She is a strong proud woman, with tragedy following her. The vivid detail of war and terror is heart felt and grabbed me by the heart. It is difficult for one to imagine to live as refuges, with curfews and fear, bombs gunfire and death. The graphic detail of the treatment of the refuges, especially the children was heart wrenching. All the lives lost is saddening. This story left an impression. One that makes me want peace within the world, more than ever before. How this will happen, I have no clue.

I admit I know little of the conflict between Palestine & Israel and I suppose most of the world does not understand, nor know as well. (I could be wrong, but it is my opinion). I found this an unforgettable read. I highly recommend Mornings In Jenin and would love to read more by Ms. Abulhawa.
adicionada por SheriAWilkinson | editarPrinceton, Il., Sheri A Wilkinson (Dec 13, 1901)
 
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Dedicatória
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Primeiras palavras
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Amal wanted a closer look into the soldier's eyes, but the muzzle of his automatic rifle, pressed against her forehead, would not allow it.
Citações
Últimas palavras
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Nota de desambiguação
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Mornings in Jenin was also published as The Scar of David.
Editores da Editora
Autores de citações elogiosas (normalmente na contracapa do livro)
Língua original
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DDC/MDS canónico
LCC Canónico

Referências a esta obra em recursos externos.

Wikipédia em inglês (2)

"Palestine, 1941. In the small village of Ein Hod a father leads a procession of his family and workers through the olive groves. As they move through the trees the green fruits drop onto the orchard floor; the ancient cycle of the seasons providing another bountiful harvest." "1948. The Abulheja family are forcibly removed from their ancestral home in Ein Hod and sent to live in a refugee camp in Jenin. Through Amal, the bright granddaughter of the patriarch, we witness the stories of her brothers: one, a stolen boy who becomes an Israeli soldier; the other who in sacrificing everything for the Palestinian cause will become his enemy. Amal's own dramatic story threads its way through six decades of Palestinian-Israeli tension, eventually taking her into exile in Pennsylvania in America. Amal's is a story of love and loss, of childhood, marriage and parenthood, and finally the need to share her history with her daughter, to preserve the greatest love she has."--Jacket.

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Descrição do livro
Resumo Haiku

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